QUESTA SCHEDA È UNICA E ORIGINALE IN INTERNET aggiornamento del 26/04/2026
CHICLE Manilkara zapota (L.) P. Royen
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Autore: erbeofficinali.org
Francisco Manuel Blanco (1778 - 1845)
Autore: Peggy Greb, Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti
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TOSSICITÀ BASSISSIMA
EFFICACIA DIPENDENTE DALLE SPECIFICHE E DALLE FORME TERAPEUTICHE
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ANNUNCIO PUBBLICITARIO
FINE ANNUNCIO
SCHEDA BOTANICA
Dominio Eukaryota
Regno Plantae
Clade Angiosperme
Clade Eudicotiledoni
Clade Asteridi
Ordine Ericales
Famiglia Sapotaceae
Genere Manilkara
Specie Manilkara zapota (L.) P.Royen
ALBERO ALTO FINO A 30 M SEMPREVERDE CON FOGLIE VERDE-BRILLANTE, A MARGINE INTERO, OVALI O ELLITTICHE. FIORI BISESSUALI BIANCHI, SOLITARI CHE RIMANGONO APERTI DI NOTTE. IL FRUTTO È UNA GRANDE BACCA OBLUNGA, MARRONE CON ALCUNI SEMI NERI ALLUNGATI E POLPA COLOR SALMONE DI SAPORE GUSTOSO CHE RICORDA MIELE, PERA E ALBICOCCA.
TUTTO L'ANNO NEI TROPICI, CON PICCHI A FINE INVERNO-INIZIO PRIMAVERA (FEBBRAIO MARZO APRILE)
COLORI OSSERVATI NEI FIORI
____BIANCO
Originario del sud del Messico, dell'America Centrale e dei Caraibi. Cresce spontaneo nelle foreste tropicali umide e calde, in particolare nelle foreste di pianura e costiere, fino a circa 1200 metri di altitudine. Predilige climi tropicali e subtropicali caldi con temperature comprese tra 20°C e 34°C e una buona umidità. Si adatta a diversi tipi di terreno, inclusi suoli calcarei, sabbiosi, argillosi e limosi, purché ben drenati. Sebbene sia resistente alla siccità una volta stabilito, beneficia di una irrigazione regolare, soprattutto durante la fioritura e la fruttificazione. È spesso una specie dominante nelle foreste dello Yucatán.
Oggi è ampiamente coltivato in molte regioni tropicali del mondo, tra cui India, Filippine, Indonesia, Thailandia e alcune zone della Florida e delle Hawaii, per i suoi frutti dolci e per il lattice gommoso (chicle) che si ricava dal tronco. La sua coltivazione di successo dipende da un clima caldo e umido e da un terreno ben drenato.
ESTATE-AUTUNNO (MAGGIO-OTTOBRE) NEI CLIMI TROPICALI
LATTICE DEL TRONCO (DA CUI SI OTTIENE IL CHICLE) E, IN AMBITO TRADIZIONALE SECONDARIO, LA CORTECCIA; I FRUTTI SONO USATI SOPRATTUTTO A SCOPO ALIMENTARE
DEBOLE, LATTIGINOSO E RESINOSO, TALVOLTA LEGGERMENTE DOLCE; NELLA CORTECCIA NOTE LEGNOSE E TANNICHE
DOLCIASTRO-NEUTRO E GOMMOSO NEL LATTICE; ASTRINGENTE E AMAROGNOLO NELLA CORTECCIA, PER LA PRESENZA DI TANNINI
Motivazione: i dati tossicologici disponibili indicano assenza di tossicità significativa alle dosi alimentari e fitoterapiche tradizionali del frutto maturo, con studi in vivo che non evidenziano effetti avversi rilevanti; possibili effetti indesiderati lievi sono legati al lattice o ai frutti immaturi ricchi di tannini, senza evidenze di tossicità sistemica documentata sulla specie
EFFICACIA: DIPENDENTE DALLE SPECIFICHE E DALLE FORME TERAPEUTICHE
Motivazione: le evidenze disponibili sulla specie Manilkara zapota sono prevalentemente precliniche con studi in vitro e in vivo su modelli animali che documentano attività antiossidante, antimicrobica e antinfiammatoria di specifici estratti di foglie, corteccia e semi; mancano studi clinici controllati sull’uomo e l’efficacia risulta quindi limitata a particolari estratti e condizioni sperimentali
Leggere attentamente tutte le sezioni della scheda prima di considerare le seguenti indicazioni valide per ciascun utilizzo fitoterapico.
Con riscontro positivo in vitro o in modelli animali o nella fitoterapia documentata*
Confermate da studi scientifici e clinici
Non sono disponibili evidenze cliniche controllate, meta analisi o revisioni sistematiche sull’uomo specifiche per la specie Manilkara zapota che consentano di confermare proprietà fitoterapiche o indicazioni terapeutiche.
Con riscontro positivo in vitro o in modelli animali o nella fitoterapia documentata
Attività antiossidante con potenziale impiego nella modulazione dello stress ossidativo, documentata in studi in vitro su estratti di foglie, frutti e semi con elevato contenuto di composti fenolici e flavonoidi.
Attività antimicrobica con possibile applicazione nelle infezioni batteriche e fungine, evidenziata in studi in vitro su estratti di foglie e corteccia contro diversi ceppi microbici.
Attività antinfiammatoria con potenziale impiego nelle condizioni infiammatorie, osservata in modelli in vivo su animali e supportata da studi in vitro su mediatori dell’infiammazione.
Attività ipoglicemizzante con possibile interesse nel controllo glicemico, documentata in modelli animali con estratti di foglie e semi.
Attività gastroprotettiva e antidiarroica con possibile impiego nei disturbi gastrointestinali, evidenziata in modelli animali e coerente con l’elevato contenuto in tannini della pianta.
Attività citotossica e antiproliferativa su linee cellulari tumorali, documentata esclusivamente in vitro senza evidenze di efficacia clinica.
Uso storico e nella tradizione
Impiego come astringente intestinale e antidiarroico del frutto immaturo e della corteccia nella medicina tradizionale.
Utilizzo come rimedio topico per infezioni cutanee e infiammazioni locali nella pratica etnobotanica.
Uso del lattice per applicazioni tradizionali locali su ferite e affezioni cutanee.
Impiego alimentare del frutto maturo come tonico nutrizionale generale nella tradizione popolare.
Baliga M. S., Bhat H. P., Baliga B. R. V., Wilson R., Palatty P. L., Phytochemistry traditional uses and pharmacology of Manilkara zapota a review, 2011
Chanda S., Nagani K., Parekh J., Phytochemical and pharmacological profile of Manilkara zapota a review, 2013
Gami B., Pathak S., Parabia M., Ethnobotanical phytochemical and pharmacological review of Manilkara zapota, 2012
Kothari V., Seshadri S., Mehta N., Antioxidant and antibacterial activity of Manilkara zapota leaves, 2010
Lim T. K., Edible Medicinal and Non Medicinal Plants Volume 6 Fruits, 2012
NON SONO DOCUMENTATE CONTROINDICAZIONI SPECIFICHE SUPPORTATE DA STUDI CLINICI O OSSERVAZIONALI DIRETTI SULLA SPECIE MANILKARA ZAPOTA.
IL CONSUMO DI FRUTTI IMMATURI È ASSOCIATO A ELEVATO CONTENUTO DI TANNINI CON POSSIBILE EFFETTO ASTRINGENTE MARCATO E IRRITAZIONE GASTROINTESTINALE, EVIDENZA BASATA SU DATI FITOCHIMICI E OSSERVAZIONI ETNOBOTANICHE COERENTI CON LA COMPOSIZIONE DELLA SPECIE.
IL LATTICE CONTENUTO NELLA PIANTA PUÒ DETERMINARE REAZIONI IRRITATIVE LOCALI A CARICO DELLE MUCOSE E DELLA CUTE IN SOGGETTI SENSIBILI, EVIDENZA DERIVANTE DA OSSERVAZIONI EMPIRICHE E PLAUSIBILITÀ FARMACOLOGICA LEGATA ALLA PRESENZA DI COMPOSTI RESINOSI E POLIMERI NATURALI.
GLI ESTRATTI DI FOGLIE E CORTECCIA MOSTRANO ATTIVITÀ BIOLOGICA IN MODELLI IN VITRO E IN VIVO, MA L’ASSENZA DI STUDI CLINICI LIMITA LA DEFINIZIONE DI SICUREZZA A LUNGO TERMINE E DI DOSAGGI STANDARDIZZATI, EVIDENZA BASATA SU STUDI PRECLINICI CON DATI NON TRASFERIBILI DIRETTAMENTE ALL’UOMO.
Estratto secco da foglie o corteccia non è standardizzato in ambito farmacopeico per Manilkara zapota e non esistono titolazioni ufficiali riconosciute né marker quantitativi validati per uso clinico. In letteratura sperimentale vengono utilizzati estratti metanolici o idroalcolici titolati genericamente in polifenoli totali o flavonoidi totali, ma senza consenso su un titolo minimo efficace. L’uso come integratore non è consolidato e la posologia non è definita su base clinica; eventuali impieghi derivano da studi preclinici e non consentono definizione di dosi terapeutiche validate nell’uomo.
Estratto idroalcolico da foglie o corteccia è riportato in ambito sperimentale con contenuto variabile di composti fenolici e tannini condensati. Non esiste standardizzazione ufficiale né indicazione di titolo minimo necessario all’effetto farmacologico. La posologia non è definibile su base evidence based e l’uso come integratore è da considerarsi non validato.
Polvere micronizzata del frutto o della corteccia è utilizzata in ambito nutrizionale tradizionale, ma non esistono preparazioni titolate né standardizzate per specifici effetti terapeutici. Il contenuto in fibre, zuccheri e composti fenolici è altamente variabile e non consente definizione di un titolo farmacologicamente rilevante. La posologia rimane alimentare e non terapeutica.
Preparazioni fitoterapiche industriali standardizzate non risultano presenti nelle principali farmacopee o monografie regolatorie per questa specie. Non sono disponibili integratori titolati con indicazioni terapeutiche validate né schemi posologici riconosciuti.
Preparazioni omeopatiche non risultano documentate in modo specifico per Manilkara zapota nelle principali materie mediche omeopatiche e repertori consolidati. Non esiste quindi una tradizione omeopatica formalizzata né una posologia definita.
Gami B., Pathak S., Parabia M., Ethnobotanical, phytochemical and pharmacological review of Manilkara zapota, 2012
Khan M.E., et al., Antidiabetic potential of Manilkara zapota leaf extracts in experimental models, 2012
Baliga M.S., et al., Phytochemistry, traditional uses and pharmacology of Manilkara zapota, 2011
Ribeiro S.M.R., et al., Nutritional and functional properties of sapodilla fruit, 2007
World Health Organization, WHO guidelines on good agricultural and collection practices for medicinal plants, 2003
(Basate su evidenze scientifiche e sicurezza d'uso)
Le preparazioni acquose a base di Manilkara zapota non sono supportate da standardizzazione fitoterapica né da evidenze cliniche dirette. L’impiego tradizionale riguarda principalmente corteccia e foglie per azione astringente intestinale, attribuibile al contenuto in tannini. Le seguenti formulazioni sono riportate in ambito etnobotanico e sperimentale e devono essere considerate prive di validazione clinica.
Decotto astringente intestinale ottenuto da corteccia essiccata di Manilkara zapota in quantità di 5–10 g in 200 ml di acqua, bollita per 10–15 minuti e filtrata. Può essere associato a foglie di Psidium guajava nella stessa proporzione per aumentare l’effetto astringente documentato a livello tradizionale e supportato da dati farmacologici sui tannini. Assunzione fino a due volte al giorno per brevi periodi.
Infuso da foglie di Manilkara zapota 3–5 g in 200 ml di acqua calda, lasciato in infusione per 10 minuti. Può essere combinato con Matricaria chamomilla per migliorare la tollerabilità gastrointestinale e con Mentha piperita per effetto carminativo. Questa formulazione è coerente con l’uso tradizionale digestivo e con dati sperimentali su attività antinfiammatoria e antiossidante delle foglie.
Decotto combinato per diarrea e dissenteria con corteccia di Manilkara zapota 5 g, corteccia di Punica granatum 3 g e foglie di Rubus fruticosus 3 g in 300 ml di acqua, ridotto a 200 ml mediante ebollizione. La combinazione è basata sulla presenza sinergica di tannini condensati e idrolizzabili con attività astringente documentata in farmacologia vegetale.
Infuso nutrizionale da polpa essiccata del frutto di Manilkara zapota 10 g in 200 ml di acqua calda, eventualmente associato a Hibiscus sabdariffa per incremento del contenuto in polifenoli e attività antiossidante. L’uso è di tipo alimentare e non terapeutico, con evidenze limitate a studi compositivi e sperimentali.
Formulazione tradizionale tonica con foglie di Manilkara zapota 3 g, Zingiber officinale 1 g e Cinnamomum verum 1 g in infusione. L’associazione si basa su plausibilità farmacologica per effetti digestivi e antinfiammatori, senza evidenze cliniche dirette sulla combinazione.
Baliga M.S., et al., Phytochemistry, traditional uses and pharmacology of Manilkara zapota, 2011
Gami B., Pathak S., Parabia M., Ethnobotanical, phytochemical and pharmacological review of Manilkara zapota, 2012
Khan M.E., et al., Antidiabetic potential of Manilkara zapota leaf extracts in experimental models, 2012
Evans W.C., Trease and Evans Pharmacognosy, 2009
World Health Organization, WHO monographs on selected medicinal plants, 2002
Consultare il proprio medico prima di assumere qualsiasi preparato
Preparazione tradizionale di vino/fermentato di sapodilla
Estrazione del succo
Selezionare frutti maturi e sani di Manilkara zapota (sapodiglia), lavarli e rimuovere buccia e semi. Schiacciare la polpa per ottenere il succo.
Filtrazione
Filtrare il succo attraverso un colino o tessuto pulito per rimuovere fibre grosse e impurità.
Avvio della fermentazione
Lasciare il succo in un contenitore di vetro o ceramica pulito. Tradizionalmente, la fermentazione può iniziare spontaneamente per azione dei lieviti naturalmente presenti, oppure si può inoculare lievito da vino o fermenti specifici.
Fermentazione alcolica
Coprire il contenitore con garza o un tappo traspirante e lasciare fermentare a temperatura ambiente (circa 20–25 °C) per alcuni giorni o settimane, controllando il processo fino a quando lo zucchero si trasforma in alcol.
Chiusura e affinamento
Quando la fermentazione rallenta significativamente (bollicine minime), si può travasare il liquido in bottiglie pulite e chiudere ermeticamente per affinare per alcune settimane.
Consumo
Il vino o bevanda fermentata di sapodilla può essere servito freddo o a temperatura ambiente come accompagnamento ai pasti o come bevanda leggera; la gradazione alcolica dipende dal contenuto zuccherino del frutto e dalla durata della fermentazione.
Uso della preparazione alcolica
Il “vino” o la bevanda fermentata di sapodilla è solitamente utilizzato come bevanda da tavola tradizionale in alcune comunità dove la pianta è coltivata. A livello funzionale, la fermentazione con batteri lattici può conferire al prodotto caratteristiche probiotiche e un miglior profilo organolettico e antiossidante. Non è una preparazione fitoterapica standard, ma piuttosto un modo tradizionale di valorizzare il frutto con benefici nutrizionali e sensoriali, simile alla produzione di vini o birre di frutta in contesti artigianali.
Bibliografia
Fermentation of sapodilla (*Manilkara zapota* L.) juice with *Lactobacillus acidophilus*: fermentation kinetics and evaluation of functional properties.
Chapter 6: In-Depth Study of Sapodilla (*Manilkara zapota* L.) — uses, food products and traditional preparations.
Consultare il proprio medico prima di assumere questa bevanda ed evitarne l'uso in caso di divieto di assunzione di alcol
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SCHEDA NOTIZIE E VARIE
Manilkara zapota, comunemente nota come sapodilla, è utilizzata quasi esclusivamente a scopo alimentare, soprattutto per il suo frutto dolce e aromatico, ed è parte integrante della tradizione culinaria di molte regioni tropicali.
Il frutto fresco è l’impiego più comune. Viene consumato maturo, quando la polpa diventa morbida e bruno-ambrata. Ha un sapore dolce e complesso, spesso descritto come una combinazione di miele, zucchero di canna, pera e caramello. I frutti acerbi non sono commestibili per l’elevato contenuto di tannini astringenti.
La polpa è ampiamente utilizzata per la preparazione di dessert, come gelati, sorbetti, creme, budini, mousse e ripieni per dolci. In molti paesi viene frullata per ottenere frullati, smoothie e bevande dolci, talvolta miscelata con latte, yogurt o bevande vegetali.
In ambito domestico e artigianale, la sapodilla è impiegata per produrre confetture, marmellate, sciroppi e puree, sfruttando l’elevato contenuto zuccherino naturale che riduce la necessità di zuccheri aggiunti. La polpa cotta sviluppa note caramellate molto apprezzate.
Il frutto viene utilizzato anche in prodotti da forno, come torte, pane dolce, biscotti e crostate, sia sotto forma di polpa fresca sia essiccata. In alcune cucine tradizionali, la polpa viene disidratata o trasformata in dolci solidi simili a paste di frutta.
In diverse aree dell’Asia e dell’America Latina, il succo di sapodilla viene impiegato per la produzione di bevande fermentate a bassa gradazione alcolica o bevande funzionali fermentate, valorizzando il profilo aromatico del frutto.
Un uso storico indiretto, ma culturalmente rilevante, riguarda il lattice del tronco, da cui si ricava il chicle, utilizzato in passato come base naturale per la gomma da masticare; questo impiego non è culinario in senso stretto, ma rientra nell’uso alimentare non nutritivo.
Nel complesso, l’uso culinario di Manilkara zapota è centrato sulla valorizzazione del frutto maturo, sia fresco sia trasformato, ed è apprezzato per il suo profilo sensoriale ricco, la versatilità gastronomica e il contributo nutrizionale in termini di zuccheri naturali, fibre e composti antiossidanti.
Il lattice secreto dall'albero viene raccolto praticando delle incisioni multiple sul tronco ed essiccato mediante un'attenta bollitura, per rimuovere l'eccesso di acqua. Il chicle grezzo viene quindi purificato mediante ripetuto lavaggio con una soluzione fortemente alcalina, seguito da neutralizzazione con fosfato acido di sodio; infine si procede ad essiccazione e polverizzazione. Il prodotto risultante è una polvere insolubile in acqua ed amorfa, che si rammollisce al calore. Il chicle raffinato che si usa per i chewingum non contiene i costituenti solubili in acqua presenti in quello grezzo; tuttavia i dati riguardanti la sua precisa composizione chimica sono piuttosto limitati. L'uso principale del chicle è quello di "gomma" base nei cewingum; il suo livello d'uso in tali prodotti è di circa il 20%. Il resto del cewingum è costituito da zucchero e sciroppo di granoturco, con piccole quantità di aromatizzanti. Questa "gomma" non è propriamente una gomma, ma si avvicina nelle sue caratteristiche chimiche e fisiche alla gomma naturale e alle resine; per questo è soffice e plastica quando si mastica e non è solubile nella saliva.
[Tratto da: A.Y. Leung & S. Foster "Enciclopedia delle piante medicinali"].
È una pianta originaria della Mesoamerica, già ampiamente conosciuta e utilizzata dalle civiltà maya e azteca, che ne apprezzavano sia il frutto sia il lattice. Proprio da questa specie si ricava il chicle, un lattice gommoso che veniva masticato come sostanza rinfrescante e igienica per la bocca molto prima dell’arrivo degli europei.
Nel XIX e all’inizio del XX secolo, il chicle di Manilkara zapota divenne una risorsa economica strategica: costituì la base naturale della gomma da masticare industriale negli Stati Uniti e in Europa, prima di essere progressivamente sostituito da polimeri sintetici. Questo portò a una vera e propria economia del chicle nelle foreste del Messico e dell’America Centrale, con figure specializzate chiamate chicleros.
Il nome comune “sapodilla” deriva dallo spagnolo zapote, a sua volta di origine nahuatl (tzapotl), termine che indicava diversi frutti dolci e polposi. Il nome botanico riflette invece la consistenza del legno e del lattice, ricchi di sostanze resinose.
Il legno della pianta è estremamente duro, compatto e resistente all’umidità e agli insetti. Per questo è stato storicamente utilizzato per costruzioni, traverse ferroviarie, attrezzi e parti meccaniche soggette a forte usura, rendendo Manilkara zapota una delle specie legnose più dure delle regioni tropicali.
Il frutto ha una particolarità poco nota: se consumato immaturo, risulta fortemente astringente per l’elevato contenuto di tannini, tanto da essere quasi immangiabile. Questa caratteristica ha portato, nella tradizione popolare, all’uso dei frutti acerbi come rimedi antidiarroici.
In alcune culture tradizionali, il lattice e le parti della pianta sono stati impiegati in rituali simbolici legati alla resistenza, alla longevità e alla fertilità, probabilmente per la straordinaria longevità dell’albero, che può vivere e fruttificare per oltre un secolo.
Dal punto di vista botanico, Manilkara zapota è curiosa anche per la sua lentezza di crescita: gli alberi impiegano diversi anni prima di entrare in piena produzione, ma una volta maturi sono estremamente longevi e produttivi, qualità che ne hanno favorito la coltivazione tradizionale piuttosto che intensiva.
BIBLIOGRAFIA e WEBLIOGRAFIA GENERALE
Baliga M. S., Bhat H. P., Baliga B. R. V., Wilson R., Palatty P. L., Phytochemistry traditional uses and pharmacology of Manilkara zapota a review, 2011
Chanda S., Nagani K., Parekh J., Phytochemical screening and biological activities of Manilkara zapota a review, 2013
Gami B., Pathak S., Parabia M., Ethnobotanical phytochemical and pharmacological review of Manilkara zapota, 2012
Kothari V., Seshadri S., Mehta N., Antioxidant and antibacterial activity of Manilkara zapota leaves, 2010
Lim T. K., Edible Medicinal and Non Medicinal Plants Volume 6 Fruits, 2012
Morton J. F., Sapodilla Manilkara zapota in Fruits of Warm Climates, 1987